Feb 17, 2014 - contrasti    No Comments

Caro amico tempo…

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Forse la mia paura più grande è la solitudine, la sensazione di aver perso tutto e di non sapere da dove ricominciare. Lasciar andare qualcuno, accettare l’idea che due strade si dividano e non possano trovare un compromesso è più difficile di quanto si pensi. Anche se in questo modo si realizza il bene dell’altro, anche se comunque il sentimento che lega due persone rimarrà sempre, accettare di non vedere, sentire più una persona cara richiede un grande sforzo e tanto tempo.

Il tempo… Questo indispensabile compagno di vita, a volte cura, altre ti volta le spalle per fare di testa sua. In quest’ultimo caso, penso sia l’unica cosa che ci ferisce nel profondo perché il tempo è capace di provocarci delle ferite tanto profonde da farci provare dolori impensabili. Chi ci circonda non ha gli strumenti adatti per capire l’entità del danno e aiutarci a ricomporre i cocci, semplicemente perché una persona non ha il potere di causare tagli così netti e profondi; quindi ciò che riescono a darci come consolazione è “tranquilla, ci vuole del tempo per riprenderti.. Io nel frattempo starò sempre accanto a te”. Il tempo.. di nuovo.. Ciò che ci causa questi stati d’animo è anche capace di curarli? Quanto è vera questa cosa?

Sono passati cinque mesi, non sono tanti è vero, ma comunque un po’ di tempo è passato eppure mi sembra di rivivere ogni giorno quelle emozioni, di essere catapultata indietro nel tempo ogni volta che penso di aver fatto un passo verso la serenità. Di quanto tempo ha bisogno il tempo stesso per curarmi? Spero che ci sia una ricetta, una scadenza al termine della quale io possa chiudere in un cassetto quella brutta esperienza e tenere solo il bello.

Ciò che mi chiedo di più è: aspettando che la cura del tempo dia i suoi frutti, devo avere più pazienza, fiducia o speranza? Non lo so…Ci sono tanti bassi, tanti incubi, tante notti insonni, troppi flash spaventosi, la pazienza lascia il posto allo sconforto, la fiducia si affievolisce a tratti, la speranza non sa di che nutrirsi. Il tempo ha anche il super potere di ridarmi anche questi tre amici?

Feb 10, 2014 - contrasti, Senza categoria    No Comments

Mancanza

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Al tempio c’è una poesia intitolata “la mancanza”, incisa nella pietra.
Ci sono 3 parole, ma il poeta le ha cancellate.
Non si può leggere la mancanza, solo avvertirla.

dal film “Memorie di una geisha”.

È un’estranea, però, con due facce: la prima, quella che si manifesta subito, che non ha ritegno a farsi vedere; la seconda, invece, è la più riservata e vien fuori solo alla fine.

La nostalgia inizia la sua permanenza nel momento in cui le coincidenze della vita ci impongono di salutare qualche persona speciale, un posto speciale, un benessere ritrovato, una stabilità, che seppur finta aveva un sapore buono e dava un po’ di serenità. Questo brutto ospite, che mi viene a trovare ormai molto spesso in quest’ultimo anno e mezzo, è come un disco rotto che non smette un secondo di ricordarmi cosa ho lasciato, a cosa ho rinunciato per vivere quest’esperienza; mette costantemente a dura prova tutta la mia determinazione e la mia forza di volontà, mi costringe a fare il conto alla rovescia, non mi fa vivere a pieno questa città meravigliosa. Ma la cosa ancora più brutta accade quando tutto ciò che provoca nostalgia torna da me: eh sì, perché appena la lontananza scompare il mio cervello non fa che pensare a quanto sarà difficile il distacco.

E qua però arriva anche la seconda faccia della nostalgia: quando torni, le sensazioni, gli odori, i sapori, le piccole cose sono ancora più speciali. La nostalgia, è vero che ti fa stare tanto male, ma è altrettanto certo che ti fa apprezzare maggiormente ciò che hai sempre avuto e che, magari, prima davi per scontato. Tutto ciò che vivi in quei giorni è amplificato, l’adrenalina è a mille, la voglia di fare mille cose ti porta poi a fare quelle più semplici perché sono intense, spontanee e naturali: così magari ti ritrovi a fare un puzzle come quando eri piccola con la persona che ti è sempre stata accanto, o a guardare un film sotto la copertina e poi accorgersi che la metà di questo la si è passata addormentati uno nelle braccia dell’altro, o a gironzolare per le vie della città chiacchierando di tutto e di niente giusto per il gusto di godere della compagnia. Tanto poi, alla fine della fiera, sono questi i ricordi che ti tornano in mente come flash mentre vai in università, o al supermercato, o mentre vai a dormire. Ma quando il ricordo è tanto forte ti sembra perfino di sentire quei profumi tanto amati, o le risate inconfondibili, o il tocco di una carezza speciale.

Tuttavia c’è un secondo tipo di nostalgia, di cui non si dovrebbe mai fare conoscenza: è quella irreversibile. Si tratta di un vuoto lacerante che non va via e rovina anche le cose belle a cui è legata perché te le fa vivere come incubi. È un mostro che ti fa desiderare di dimenticare tutto, a volte di voler rinnegare tutto pur di non sentire quell’oppressione che attanaglia il cuore. Eppure, nel profondo, so che quei ricordi sono preziosi e non si possono cancellare come un disegno dalla lavagna. Quel passato tanto rovinato da questo nemico, in realtà, è il dono più prezioso che ho e so che devo combattere contro questa nostalgia per rispolverare la bellezza, la gioia e la felicità in esso contenuto. Una volta trovato il panno adatto ad attenuare il negativo e a evidenziare ciò che di positivo c’è sono sicura che ritroverò anche la forza di combattere quel piccolo mostriciattolo che si annida in me ogni volta che parto per tornare alla mia vita.

Gen 12, 2014 - ottimismo    No Comments

Fiducia.

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“La prima impressione è quella che conta”, così mi ha insegnato mamma, così ho imparato ad approcciare le persone. Tutto era finalizzato a fare una buona impressione al primo colpo.

Per molto tempo ho pensato che questo fosse paragonabile a un “o la va o la spacca”, ma nella vita non va sempre così. Anzi, nella maggior parte dei casi si hanno molteplici occasioni per far cambiare idea, o per modificare la nostra sia su noi stessi sia sugli altri. Magari indossi abiti che fino a due mesi fa desideravi non fossero mai entrati nel tuo armadio, riscopri il piacere di chiacchierare con quella persona che prima sembrava incompatibile con te, fai cose che prima neanche ti balzavano per la mente.

Quando affronti un evento che è davvero definitivo e irreparabile, capisci che ci sono miliardi di sfumature di colore che prima non conoscevi e che forse sono proprio quelle sfumature a tirare fuori il meglio di te. Da un confronto del genere si esce cambiati, cambiati a tal punto da non riconoscersi più allo specchio, da non sapere più se quello per cui si è lottato tutta la vita sia esattamente adatto, da vedere trasformati rapporti sui quali basavamo tutte le nostre certezze e sicurezze. Ciò che questo confronto a mani nude ci lascia è l’obbligo di ricominciare a conoscerci, sotto altri punti di vista, a riconsiderarci come persone sia nel lavoro che nei rapporti umani e nelle scelte. È come se incontrassimo noi stessi a una festa e ci presentassimo per la prima volta: all’inizio dobbiamo andarci cauti, perché non sappiamo con chi abbiamo a che fare. Dobbiamo scommettere su noi stessi, sulla possibilità di ritrovare la sensazione di “sentirci a casa nel nostro stesso corpo”.

Come in tutte le scommesse c’è una grossa parte di rischio e una parte di sesto senso. Quest’ultima è data dalla fiducia che tutto andrà bene, che è la cosa giusta da fare. Fiducia. Non si tratta di riporla in qualcuno o qualcosa perché a lungo andare ne diventeremmo dipendenti, ma di avere fiducia. Iniziare a provare quel sentimento che ci fa uscire dal guscio e vedere il mondo come un posto meno spaventoso e meno pericoloso; che ci fa credere nel lieto fine, nel riscatto e nell’ottimismo. La fiducia è la migliore alleata che si possa cercare, non va mai persa; ma quando ci sembra di averla smarrita, si è solo messa da parte perché ha fiducia in noi e nelle nostre capacità di rimetterci in piedi da soli.

Dic 18, 2013 - contrasti    No Comments

Guarda sotto il velo

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Se prima c’era la scusa “non sai se è davvero così, quindi non farti problemi”, ora che i problemi sono concreti qual è la scusa? Quale motivazione trovare per non preoccuparmi? Semplice: nessuna.

Adesso è arrivato il momento di mettere le carte in tavola e di decidere il da farsi. Si inizia a sciogliere la matassa in cerca del punto di inizio. E una volta trovato tent0 di trovare un modo per allargare e sciogliere quell’intricato labirinto di fili. Quando, però, la matassa è troppo grande, è necessario accettare una mano di aiuto, a volte anche due.

Non si tratta di debolezza, di tradire l’orgoglio, o che so io; è il riconoscimento di un limite, di quell’ostacolo che la mente non aveva mai incontrato e sperava di non incontrare mai. Si tratta di ammettere una debolezza, non di commettere un crimine. Probabilmente richiederà uno sforzo inumano per il proprio modo di essere, ma a volte si rivela l’unica via di uscita da un film horror.

Purtroppo non accettare l’aiuto che si riceve, chiudersi in se stessi e cercare di mettere la testa sotto la sabbia, provoca dei danni irreversibili. Intestardirsi sulla convinzione che siamo forti abbastanza per affrontare qualsiasi cosa da soli e, in questo modo, proteggiamo le persone a noi care è forse più disastroso e dannoso del comunicare.

Speriamo sempre di non ricevere certe notizie o di non dover affrontare certi problemi, ma arrivano momenti in cui è indispensabile affrontare questi dispiaceri. E rimandare o fare finta di niente, convincersi dell’assenza del problema è deleterio perché inconsciamente e subdolamente il problema ti divora da dentro e ti annienta se non lo si contrasta.

Ci sono i casi in cui i danni si manifestano e una domanda si insinua nel tuo cervello chiedendoti “perché non me l’ha mai detto? Saremmo a questo punto se me l’avesse detto?”. Ma forse la domanda da farsi non è tanto questa, quanto “se mi fossi accorta che c’era qualcosa di storto? Se avessi chiesto?”.

A scuola ripetono sempre:”con i se e con i ma non si fa la storia”. Allora è il caso di imparare la lezione e aprire occhi e orecchie per capire cosa c’è sotto il velo della protezione di chi ci vuole bene.

Dic 12, 2013 - contrasti    No Comments

Caro Babbo Natale…

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Continuo a guardarmi intorno, a cogliere qualsiasi occasione mi si pari davanti. Ho smesso di chiedermi perché e per come, faccio e basta. Fuggo e basta. Fuggo dal mio cervello che non smette un minuto di frullare, che non fa altro che mandare a rotazione immagini, incubi e brutti pensieri; fuggo tutto il giorno e il risultato qual è? Divento preda del mio cervello di notte senza la possibilità di fuggire.

Fuggo per paura, per timore di affrontare tutto, per proteggermi da qualcosa che so mi farà male, per ritagliarmi, anche se fittizio, qualche istante di distrazione. Non si può parlare di serenità o tranquillità, ma solo di distrazione perché rimane sempre il grillo parlante a ripeterti che è del tutto inutile ciò che fai e che prima o poi, volente o nolente, dovrai riaffrontare tutto quel male. Mi aggrappo a qualsiasi cosa sperando di trovare una via d’uscita meno dolorosa, ma ogni volta inciampo nella consapevolezza che ciò non accadrà.

Posso affrontare tutto, ma non il passato, non il ricordo, non il cambiamento così drastico che mi ha travolta senza preavviso. Adesso torno a casa e non so che troverò: la mia mente improvvisamente ha riaffiorato tanti ricordi delle feste passate, dei rituali, dei filmini, delle battute, degli odori e dei sapori e spera di poterle ritrovare anche quest’anno per avere una minima parvenza di normalità. Arriva un piccolo sorriso, quello che ti fa alzare un angolo della bocca, e insieme a lui arriva anche quell’antipatico del grillo parlante a ricordarti che questo non è un anno come tutti gli altri. È un anno strano, un anno che nessuno di noi aveva conosciuto, un anno che ci è piombato addosso quando non eravamo preparati, un anno da prendere con le pinze e cercare di prepararsi ad affrontare ogni minuto senza fare progetti, senza pensare al futuro.

È paradossale: questo è il periodo dei bilanci e dei buoni propositi per l’anno nuovo, dei progetti. È il periodo in cui ogni persona può sognare di tutto senza preoccuparsi di cosa è realizzabile e cosa no. Quest’anno non lo farò: non farò un bilancio perché non voglio ricordare tutti i dodici mesi appena passati, non farò progetti o sogni perché non avrebbero senso. Ciò che posso fare quest’anno e mettermi a nudo davanti a ciò che troverò e mi capiterà e cercare di avere la forza e i riflessi per affrontarlo senza ulteriori ferite.

 

 

P.S.: Caro Babbo Natale, sotto l’albero vorrei una nuova normalità nella quale ritrovare la forza e la gioia di fare progetti per il futuro.

Dic 10, 2013 - ottimismo    No Comments

Un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno

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Esci per fare due passi, incroci gli sguardi di tante persone, poi vedi anche cosa portano: chi il cagnolino, chi le buste della spesa e chi una valigia. La domanda è immediata, spontanea: “Vanno o vengono?”. Un’altra reazione spontanea? Un profondo senso di gelosia per quell’oggetto che ti fa andare in tanti posti nuovi, ma anche in luoghi conosciuti, familiari, carichi di ricordi e emozioni.

Dopo torni a casa, guardi sopra l’armadio e trovi la tua valigia, quella con cui hai condiviso tanti viaggi. È passato troppo tempo dall’ultima volta che è scesa dall’area riservata del mio armadio: è stata relegata lì per troppi giorni, talmente tanti che ancora non ci credo. Adesso è il mio turno di fare la lista delle cose da portare, organizzare un bagaglio intelligente e salutare questa casa per tornare nell’altra casa.

Il problema di questi due anni è proprio questo: stai tanto tempo fuori che non senti più la confidenza con la casa che hai lasciato, ma il tempo è ancora insufficiente per sentirti pienamente a casa in quella nuova. E così vivo nel limbo: ci sono momenti in cui il mio corpo, la mia mente, tutta me stessa pregano di tornare nella mia terra per ritrovare me, i miei cari, i miei profumi, i miei piccoli spazi e la mia vecchia vita. Quando torno, una volta scemata l’eccitazione, sento che quella non può più essere casa mia, non può tenere la mia nuova vita e le mie ulve esigenze. Ho tutti i miei affetti, ma non posso starci perché cerco qualcosa che la mia terra non ha più. Non è più il mio ambiente, non so neanche se lo sia stato in passato, è solo un posto di vacanze e relax dove posso godere dell’affetto dei miei cari e impacchettare tutti i ricordi da portarmi via. A Milano, il problema è che non posso sentirmi a casa perché ancora non l’ho vissuta abbastanza per sentirla come “il mio rifugio”. C’è la mia nuova vita con le abitudini, i piccoli riti quotidiani, gli strani orari; ma non trovo nessun legame paragonabile a ciò che ho in Sardegna.

Viaggiare in un continuo limbo alla ricerca di “non so di preciso cosa” e non riuscire a trovare piena gratificazione in nessun posto è il bicchiere mezzo vuoto di tutta la storia. Il bicchiere mezzo pieno è decisamente più bello perché quando stampi il check-in tutto inizia a prendere forma, inizi a credere che stia accadendo davvero. Quando poi arriva il momento di aprire la valigia vuota e decidere che cosa metterci dentro è tutto un brivido. La parte che preferisco è quando il portellone dell’aereo si apre e i miei polmoni sentono un profumo inebriante di mare, di mirto, di casa. Il bicchiere mezzo pieno comprende anche una serie interminabile di abbracci e sorrisi di persone che non vedi da un’eternità, quelle persone che sanno cosa pensi, cosa provi prima ancora di te. Sono sempre quelle persone con cui basta uno sguardo, con cui hai una telepatia tanto forte da telefonare al momento giusto anche solo per dire “Ehi ciao, ti pensavo!”.

Come amo il bicchiere mezzo pieno e ogni volta che ne ho la possibilità lo centellino per godere al massimo di ogni goccia, perché quando arriverò alla fine dovrò essere in grado di ricordare ogni piccolo secondo in tutti i momenti.

Dic 8, 2013 - ottimismo    No Comments

Fresh start.

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“Esprimi un desiderio! Ora soffia, solo così si avvererà!”. Io ci credo ancora, credo ancora che soffiare le candeline aiuti ad iniziare il nuovo anno in modo diverso. Un desiderio, una piccola speranza segreta che si alimenta con un semplice gesto.

È un momento certo dell’anno, una ricorrenza che aspetto con tanta ansia perché è il giorno in cui ogni male, ogni lato negativo si volatilizza e mi lascio semplicemente trasportare dagli eventi. Questo giorno è una calamita di bei ricordi, di amore e di affetti. Questo giorno ti fa ricordare di persone che son passate per la tua vita e di cui pensavi aver perso le tracce, ma in realtà una parte di te è sempre rimasta con loro. Anche se comunque i contatti non sono costanti, il pensiero, il ricordo di certe persone rimane: magari è nascosto, magari non balza alla mente spesso, ma è lì. È lì a ricordarci quanto abbiamo dato al mondo e quanto ancora abbiamo in serbo per lui, quanto abbiamo ricevuto e quante tracce abbiamo lasciato nel nostro piccolo. Il mondo è grande e ha l’abilissima capacità di farci sentire infinitesimi e soli, ma in questo giorno il mondo si rimpicciolisce e si fa su misura per noi. In questo giorno è il mondo che si ferma e ci viene incontro: per ventiquattr’ore smettiamo l’estenuante rincorsa verso il mondo e ce lo troviamo servito su un piatto d’argento (o per meglio dire su una dolce torta).

Non importa se la sveglia continua a suonare e gli impegni lavorativi sono onnipresenti: un giorno su trecentosessantacinque la routine passa in secondo piano e il lavoro sembra anche più leggero, più veloce. Quello che conta è rendersi preda della corrente di eventi, per assaporare ogni minuto-secondo di quella giornata, per mandar via eventuali rimpianti e aggiornare il pacchetto dei ricordi. Ma la cosa più importante di tutti è fare in modo di alimentare quella piccola speranza segreta che poi sfogheremo tutta sulle candeline. Alimentare quel desiderio significa anche avere il coraggio di essere ottimisti per l’anno avvenire, di lasciare alle spalle l’anno passato e avviare un fresh start. Con le candeline ci resettiamo, cancelliamo tutto e ripartiamo.

Io sono a questo punto: ho iniziato un nuovo decennio, un nuovo anno. Adesso si tratta solo di goderlo al meglio, cercando di farmi preda della corrente e vedere che succede.

Dic 5, 2013 - contrasti    No Comments

Could, Should, Would.

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Sono rari, ma ogni tanto capitano, ogni tanto arrivano anche le giornate in cui il dolore è attenuato e senti un po’ di energia scorrerti nelle vene. Ogni tanto c’è una congiunzione astrale per cui ti svegli, vedi una giornata tanto bella da sembrare estate, hai la mattina libera e la vitalità sta pian piano riemergendo dal suo letargo.

In queste giornate devi dare il meglio di te per ricordarti di quanto ti piace vivere, di tutte le soddisfazioni che sei in grado di prenderti e della voglia matta che hai di costruirti un futuro sereno. In queste giornate trovi un viso familiare che ha sapore di casa, fai un regalo all’amica che non ti molla un secondo per non farti crollare, finisci il conto alla rovescia per l’avvenimento che forse cambierà il corso di questi ultimi due mesi.

Queste giornate sono cariche di buoni propositi, speranze desideri. La speranza più grande è che i desideri si avverino anche senza la necessità di soffiare una candelina o di vedere una stella cadente. Tanti desideri frullano nella testa, alcuni irrealizzabili, altri chi lo sa, altri ancora si aggrappano a cose che avremmo voluto fare e che non potremo mai recuperare. Per certi probabilmente dobbiamo solo aspettare la prossima congiunzione astrale per cogliere la palla al balzo; per certi altri ci affidiamo alla notte, dove nei sogni possiamo costruire tutte le realtà possibili e impossibili, plausibili e assurde.

E se di notte i pensieri, le paure, i dubbi non ci lasciano dormire? Ancora non ho una risposta…

Dic 1, 2013 - contrasti    No Comments

Semplicemente a dirsi ma non a farsi

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È un dolore tanto grande da entrare nelle ossa, da penetrare in ogni fibra del corpo e indolenzirla, da stordire ogni neurone. La confusione è tanta, è grande ed è totalizzante. Le domande continuano a formarsi e la mente si rifiuta di accettare un semplice “è così che va, non possiamo farci nulla”. Ma la domanda più grande non è “cosa possiamo fare?”, ma “cosa avrei potuto fare per sentire meno dolore?”.

Tante cose ancora da dire, tante cose che si erano programmate di fare adesso non si realizzano più perché è semplicemente tutto finito. Semplicemente: viviamo tra così tante cose in cui districarci, abbiamo alti e bassi, periodi di pacchia, di tanta allegria e di tanta tristezza. Lottiamo contro così tante avversità e in un modo o nell’altro ne veniamo fuori e poi basta un soffio, un niente e si riduce il tutto ad un “semplicemente è finita”. L’inizio e lo svolgimento è così complicato che la fine si limita a dare il colpo di grazia: è come quelle persone che arrivano all’ultimo e si prendono tutto il merito del lavoro. Sono persone odiose, che creano una rabbia smisurata, ecco cosa crea la fine.

Il dolore che provoca è immenso, indescrivibile e fa nascere una rabbia malsana. Si tratta di una rabbia infida perché ti rosica lentamente da dentro e ti relega al tuo piccolo angolino, nascosta, terrorizzata persino all’idea di respirare. È una rabbia che fa nascere paura del futuro, paura di ciò che potrebbe accaderci, paura di vivere. E per quanto sappiamo che sia sbagliatissimo convivere con questa paura, non abbiamo le forze per contrastarla perché ci ha ampiamente dimostrato la sua potenza, la sua efficacia e la sua spietatezza.

Combattere questa paura significa sfidare noi stessi ad un livello troppo profondo, arrivare a mettere in gioco qualsiasi nostro punto fermo. Ma siamo troppo deboli per farlo, troppo soggiogati per ribellarci. Combattere questa paura significa accettare la sua potenza e i suoi effetti, significa accettare la sua presenza ed imparare a conviverci, significa accettare la semplicità della fine.

La fine, però, sarà anche semplice, è tutto ciò che c’è dopo che ti devasta. Rialzarsi, tornare alla vita e alle sue complicazioni è tutt’altro che semplice ed è la parte più dolorosa di tutta la faccenda.

Nov 25, 2013 - contrasti    No Comments

Saluti difficili

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Una volta in un film hanno detto “gli aeroporti sono i luoghi dove le persone danno il meglio di sé”. Anche le stazioni. Sono luoghi in cui le emozioni, i sentimenti verso l’altro sgorgano e si manifestano senza vergogna, senza freni, puri, semplici e meravigliosi.

Sono luoghi di “arrivederci” e “ben arrivato”, due saluti apparentemente molto semplici, a cui il nostro orecchio è abituato.

“Ben arrivato” assume un sapore dolce. È la caramellina che ti fa passare ogni sapore amaro. È quella frase che non vedi l’ora di dire. È quella frase che ti porta a fare il conto alla rovescia per cercare di far arrivare prima il fatidico giorno. È quella frase che nessuno potrà mai rovinarti perché attesta il tuo momento, la tua felicità, la tua gioia. Le porte scorrevoli degli arrivi diventano il traguardo da tagliare, l’unico ostacolo per la medaglia d’oro, l’unica cosa che si frappone tra te e la tua persona. Se alle partenze i pensieri si accumulano, le parole faticano a uscire per le lacrime; agli arrivi la mente è un foglio bianco, annebbiata dalla gioia, senza la minima capacità di formulare una frase di senso compiuto. Il corpo è totalmente preda di qualsiasi sensazione, dai saltelli, agli abbracci, ai sorrisi: tutto il nostro corpo si lascia andare per godere a pieno di quel momento tanto atteso e sognato.

In questi luoghi “arrivederci” diventa forse la parola più difficile da dire, anche solo da pensare. L’idea che l’altra persona si allontani da noi (anche se per poco) è insopportabile, ti fa mancare il fiato e la nostra bocca non può pronunciare quella parola perché risulta cacofonica, sgradevole. È una parola difficile da accettare in luoghi come questi. Quando mi son trasferita a Milano mi dissero “ti abituerai, ci vuole solo tempo”: beh, non è così. Il tempo non fa diminuire quei sentimenti, non attenua il dispiacere di separarti dalle tue persone care, non ti fa dire “arrivederci”. Il tempo ti fa vivere più di una situazione simile, ti fa diminuire i tempi dei pianti, ti fa riprendere la normalità più in fretta, ma non ti fa passare quella sensazione di vuoto incolmabile che si forma all’entrata delle partenze. Quella sensazione che ti fa pensare “e ora? Tutto finito? Quando tornerà quella felicità?” non passa col tempo. Le uniche parole che passano nella nostra mente sono “ti prego resta un altro po’” e “giuro che questa volta non piango”. I sentimenti però sono sono infidi: sfuggono al nostro controllo proprio quando meno ce lo aspettiamo. All’aeroporto, in stazione si vedono scene da film: abbracci, baci, persone che si corrono incontro. Il mondo circostante smette di avere importanza, semplicemente non esiste, ogni fibra del tuo corpo si lascia andare alla spontaneità, si lascia trasportare dal turbinio di adrenalina, emozione, eccitazione senza fare caso agli occhi della gente.

 

Forse il tempo può farci capire che questa sarà la nostra vita per tanto tempo: la nostra vita, probabilmente, sarà un continuo “ben arrivato” e “arrivederci”, un continuo spostamento. Ma mi chiedo se in quest’altalena di felicità e tristezze troveremo una nostra stabilità, un equilibrio da cui partire per costruire una vita nostra al di fuori del lavoro…

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